Articoli

Musica » World Music
world musicNegli ultimi due decenni la world music, la musica che si ispira senza pregiudizi al folklore di tutto il mondo, è diventata l'infrastruttura fondamentale di buona parte della musica new age, e non solo new age.

Miles Davis aveva usato le scale modali già negli anni '50 e John Coltrane, che faceva parte della sua formazione, avrebbe approfondito i debiti verso l'Africa, aprendo la strada ai tanti Don Cherry e Art Ensemble Of Chicago del jazz post-free. Allo stesso tempo il sitarista indiano Ravi Shankar batteva i circuiti londinesi fin dal 1958. Ma soltanto negli anni '60 si ebbe una cosciente e programmatica appropriazione delle musiche etniche del terzo mondo.

Ad iniziare fu, nel 1964, il clarinettista jazz Tony Scott (anche sassofono, pianoforte, mandolino) che, dopo un'illustre carriera passata a suonare con gente del calibro di Bill Evans, Scott LaFaro, Jimmy Garrison, Milt Hinton, Paul Motian, Zoot Sims, Al Cohn, Billie Holiday, rigistrò Music For Zen Meditation con Hozan Yamamoto al shakuhachi e Shinichi Yuize al koto mescolando l'improvvisazione jazz alle scale e ai timbri orientali.

In parallelo, dopo che nel 1963 il chitarrista Davey Graham aveva arrangiato in forma di raga il traditional She Moves Through The Fair, era scoppiata un'effimera moda commerciale, quella del "raga-rock". Per qualche anno i complessi rock (soprattutto britannici) si lanciarono sulle strade dell'India, con risultati ora patetici (i Beatles) ora geniali (i Pink Floyd).

Quando Ravi Shankar registrò West Meets East con il violinista classico Yehudi Menuhin, diede una svolta di carattere più austero al fenomeno, facendo capire che il raga era una forma di musica classica, non popolare. Fu così che avrebbero visto la luce opere come l'African Sanctus}del compositore inglese David Fanshawe, che utilizza un'orchestra di coro, tastiere, percussioni e rielabora musiche indigene.

Nel giro di pochi anni la suggestione della musica indiana portò a riscoprire anche il folklore degli altri continenti e subcontinenti, e a cercare di assimilarlo ai formati commerciali a cui erano abituati i consumatori occidentali. Carlos Santana fece la spola fra Sudamerica e India. McLaughlin lo raggiunse nella seconda. Paul Winter spiegò a tutti come si potesse far coesistere lo spirito, prima ancora che gli strumenti, di quelle culture.

All'inizio i musicisti new age adottano soltanto gli "atteggiamenti" della musica orientale; poi ne prendono in prestito anche gli strumenti tradizionali, dallo shakuhachi al koto; e infine li trasformano con l'aiuto della tecnologia occidentale.

Talvolta si tratta più che altro di un trucco narcisistico: accostare i timbri esotici di strumenti appartenenti a civiltà assai lontane fra di loro per ottenere suggestivi brani da camera. E' il solco tracciato durante i tardi '60 da complessi arcani come Incredible String Band e soprattutto Third Ear Band, ripreso in America da ensemble come i Do'Ah, e portato al massimo fulgore da professionisti come gli Ancient Future e i Radiance. Complessi commerciali come Cusco e Tri Atma sfrutteranno invece le melodie e i ritmi del Terzo Mondo per rinnovare il pop occidentale.

Una svolta fondamentale per il genere fu rappresentata dall'arrangiamento elettronico o comunque dall'utilizzo dell'alta tecnologia. Su fronti opposti personaggi come Jon Hassell (versante sperimentale) e Kitaro (versante commerciale) ebbero l'ispirazione di stravolgere i suoni etnici senza stravolgerne, anzi accentuandone, il carattere primordiale. Questo futurismo primitivista diventa rapidamente uno degli standard di riferimento della new age.

Al tempo stesso la sfera geografica e antropologica interessata dal fenomeno si amplia di anno in anno. Viene la volta anche dei pellerossa, o meglio "native american", con Carlos Nakai, Jessita Reyes e Dik Darnell, che portano alla new age una forma di spiritualità ancor più suggestiva, in quanto radicata negli scenari naturali che sono gli stessi in cui sono cresciuti gli ascoltatori bianchi.

Nel frattempo le sonorità etniche stavano rapidamente compenetrando la musica di consumo, rendendo vana e futile la querelle su cosa sia la world-music: presto ci sarà soltanto world-music, nel senso che nessuna canzone sarà priva di riferimenti a qualche cultura esotica. Il mondo è la città delle nuove generazioni.

La world-music ha avuto soprattutto il merito di dare al musicista new age una visione molto più ampia delle possibilità della musica.