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Le
percussioni sono entrate nel mondo della new age non per scandire
il ritmo, ma per cullare ipnoticamente.
I precursori di questa concezione delle percussioni sono Henry
Wolff e Nancy Hennings, che si rifecero ai precursori dei precursori:
i monaci tibetani. Sfruttando la purezza e la durata delle risonanze
dei campanelli, Wolff e Hennings coniarono di fatto un nuovo genere.
A loro si ispireranno Frank Perry e vari altri. Quel filone si
estenderà ben oltre i campanelli, sfruttando qualsiasi
cosa generi risonanze curiose, fino alle "pietre sonanti"
di Tom Wasinger e Michael Stearns e ai gong di Terence Dolph.
Anche al di fuori di quella corrente le percussioni della new
age sono essenzialmente un fatto etnico, che talvolta (come nel
caso di Michael Pluznick) serve per dotte speculazioni antropologiche
e talaltra (Gabrielle Roth) viene sfruttato a fini sciamanici.
Gli antesignani sono i membri del collettivo Nexus (con Bob Becker
e Russ Hartenberger), attivi in Canada fin dai primi anni '70,
che esplorano nelle loro suite le tradizioni ritmiche di tutte
le etnie. Mickey Hart trasformerà queste disparate intuizioni
in una vera e propria teoria scientifica.
David Van Tieghem, Stomu Yamashta e Michael Shrieve sono tre mostri
delle percussioni che semplicemente usano i "rumori"
in maniera molto personale e spettacolare. Trilok Gurtu, Mark
Nauseef e Glen Velez sono alcuni dei percussionisti "esotici"
che hanno militato in complessi jazz e che hanno pertanto adattato
le percussioni asiatiche, africane e sudamericane all'improvvisazione
per ensemble del jazz.
La funzione delle percussioni nella new age è sempre e
comunque legata a un tema di primitivismo e a un fine di trance.
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