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Il
pianoforte, che da secoli è lo strumento solista per eccellenza,
sta alla musica new age (nata nelle vesti di "musica acustica
solista") come la chitarra al rock e il sassofono al jazz.
La sua fortuna iniziò con George Winston. Sulla scia del
suo successo tornarono di moda i pezzi per solo pianoforte, come
quelli di Scott Cossu, Liz Story, John Boswell, Peter Kater, Philip
Aaberg e tanti altri. Calme e composte, facili e anonime, romantiche
e jazzate, le loro fantasie melodiche annullavano qualunque valore
estetico, conferendo alla musica un ruolo di puro sottofondo.
Il fatto saliente era che queste "suite" venivano arrangiate
per un solo strumento, il pianoforte, e pertanto sostituivano
alla complessità della composizione la facilità
di ascolto, sovvertendo tutti i canoni dell'arte "progressiva".
Le fonti d'ispirazione dei pianisti new age sono innumerevoli,
e forse proprio nella capacità di assimilare un retroterra
così eterogeneo sta il loro merito storico.
Quasi tutti sono influenzati da Chopin e da Satie. Soprattutto
il secondo gode grazie alla new age di una rivalutazione in certi
casi persino esagerata. I suoi brevi pezzi astratti e atmosferici
sono in effetti l'archetipo di gran parte della musica new age
(pianistica o meno).
Naturalmente è forte l'influenza della ECM, l'etichetta
tedesca che per prima lanciò la musica acustica da salotto,
la musica basata sul delicato equilibrio dei timbri e sulle vibrazioni
subliminali piuttosto che sulla melodia, sul ritmo o sull'arrangiamento;
una musica non per trascinare, ma per cullare. In questo senso
è stata fondamentale l'opera di Keith Jarrett, che in fondo
fu uno dei primi a concepire il flusso di coscienza melodico con
un abbandono quasi mistico e una compostezza quasi classica.
Jarrett è ovviamente l'erede di una tradizione che risale
a Art Tatum, il primo grande virtuoso del pianoforte, e passa
per Bud Powell, Lennie Tristano, Thelonius Monk, Cecil Taylor,
Bill Evans, McCoy Tyner, Paul Bley e Dollar Brand (e tanti altri).
In effetti il ruolo di protagonista del pianoforte nel mondo della
new age può essere visto, più che come un improbabile
colpo di coda della musica classica, come una prosecuzione naturale
di un processo in corso nel jazz dagli anni '40, che ha progressivamente
elevato il pianoforte a uno degli strumenti principali della musica
nera.
E' forte anche sul pianoforte l'influenza esercitata da Brian
Eno e dalla sua musica ambientale: l'idea di una musica statica
in cui "non succede nulla", ovvero gli accordi sono
lasciati liberi di fluttuare all'infinito rinunciando a un vero
sviluppo drammatico, è alla base di molti momenti di raccoglimento.
Altrettanto subdola ma determinante è la componente minimalista,
quella che risale ai musicisti d'avanguardia degli anni '60 che
eseguivano musica fortemente ripetitiva, ancora una volta legata
all'elaborazione di schemi elementari e inoltre collegata alla
spiritualità orientale.
Ma non bisogna dimenticare i fenomeni più vernacolari,
dalle colonne sonore di Hollywood ai musical esotici di Broadway.
Molta new age pianistica nobilita semplicemente la prassi del
"cocktail lounge", fatta di mille citazioni amalgamate
in un flusso di coscienza ininterrotto.
Il rock a sua volta ha avuto una qualche influenza sul pianismo
new age, non fosse altro in quanto alcuni musicisti di musica
new age sono vecchi marpioni della musica rock (Don Harriss, per
esempio). Esistono indubbiamente molte somiglianze fra il metodo
compositivo della new age e il modo in cui suonavano i complessi
degli hippie: schemi liberi, accordature aperte, impennate melodiche,
intensità quasi religiosa.
Tutte queste fonti stilistiche vengono contaminate da un intenso
lirismo pop per dar luogo a un formato musicale di facile ascolto
che funga da veicolo più idoneo per generare uno stato
d'animo di rapito abbandono. Il pianismo della new age ha pertanto
cercato e trovato uno stile i cui confini sono molto ampi, in
cui esprimere lo spirito dei tempi. E' uno stile cosmopolita e
opportunista, capace di "riciclare" qualunque detrito
della civiltà musicale che si presti allo scopo.
E' con il pianoforte che si esprimono i grandi auteur della new
age: David Lanz, Michael Jones, Jim Chappell, Marcus Allen, Peter
Kater, Spencer Brewer, Adrienne Torf, Wayne Gratz.
Per lo più il pianista new age osserva la natura con lo
sguardo calmo e profondo del vecchio saggio, lasciando che sia
la natura stessa a parlare al suo cuore e poi, attraverso le sue
dita e i tasti del pianoforte, a infiltrarsi nella mente dell'ascoltatore,
con l'ambizione di descrivere gli stati d'animo derivati dall'osservare.
Inevitabilmente questi poemi per solo pianoforte hanno un fascino
che è quasi antitetico a quello delle fantasie melodiche
della musica classica: sono neutri, insapori, incolori, insipidi.
Ma proprio in questo sta la loro forza espressiva: non tentano
di trascinare l'ascoltatore da una parte o dall'altra, si limitano
a cullarlo in una sorta di beata ipnosi.
Il pianoforte smette di servire soltanto ad esaltare ritornelli
per una ragione molto semplice: la concorrenza delle tastiere
elettroniche, tramite le quali un ritornello può essere
suonato da un'intera orchestra. Per una banale legge di sopravvivenza
il pianoforte è quasi costretto a ritagliarsi un'altra
nicchia, e questa nuova nicchia si sposa a meraviglia con i bisogni
della new age.
D'altro canto il pianoforte concede obiettivamente una libertà
espressiva che ha pochi rivali: mentre altri strumenti consentono
di suonare bene soltanto certi suoni, il pianoforte consente di
suonare bene praticamente di tutto. In particolare è ideale
per la composizione e l'arrangiamento, in quanto consente di fatto
di "suonare" l'intera orchestra.
L'atteggiamento del solista della new age è molto simile
a quello del pianista classico, rapito nell'estasi totale dell'interpretazione,
o del pianista jazz, che entra in una sorta di trance durante
la sua improvvisazione. Per il pianista new age non si tratta
soltanto di generare timbri, ma anche di stabilire una corrispondenza
fra il corpo e il pianoforte. La musica per pianoforte nasce da
una simbiosi fra uomo e strumento, una relazione fisica fra le
dita, il legno, la testa, i tasti, il respiro, i pedali. Pianista
e pianoforte devono diventare un un unico organismo, che deve
procedere insieme sincronizzato.
La ragione per cui molti pianisti new age non sono dei virtuosi,
anzi sono dei tecnici modesti dello strumento, è che l'eccesso
di virtuosismo può compromettere questa forma di compenetrazione
dello strumento. Molti pianisti imparano a suonare troppo bene,
al punto che finiscono per castrare la propria creatività.
Per un pianista new age è più importante imparare
a coltivare il flusso di creatività.
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